PD

Sala: “Milano modello da cui la sinistra deve ripartire”

By on marzo 13th, 2018

“Ritorniamo sul territorio: il nuovo segretario Pd deve girare l’Italia sei giorni la settimana. Adesso i dem  devono stare all’opposizione. Per la sinistra modello Milano”

Sindaco Sala, il Pd deve accettare le aperture di credito che sta ricevendo per dar vita al futuro governo?

 

«No, deve stare all’opposizione, e non al governo, il Pd. Il che non vuol dire votare sempre e comunque contro».

 

Su quali argomenti dovrebbe farsi sentire?

 

«Sull’europeismo che è necessario. Sui diritti. E sulla Flat tax, alla quale sono radicalmente contrario. Chi ha vinto le elezioni sostiene che a lungo termine si
possano immaginare dei vantaggi, però è molto difficile che l’Italia regga il lungo termine. E se non regge, che facciamo, bancarotta? Inoltre, la gradualità delle tasse è una conquista della sinistra. Chi ha di più, paghi di più».

Nell’ufficio al primo piano di Palazzo Marino, un Beppe Sala in abito scuro s’affaccia alla finestra: «I 5stelle hanno stravinto al Sud, con le loro nuove promesse. Ma noi possiamo vivere con l’ennesima profezia di rinascita del Mezzogiorno? Magari accadesse, ma per il presente, a chiunque governi, io suggerisco di guardare a Milano. Il biglietto da visita dell’Italia non può essere che
Milano. Nessuno se ne dimentichi», dice, tornando a sedersi alla scrivania.

 

Lo spiegherà a Salvini o a Di Maio?

«Ho quasi 60 e so che cosa sia l’arte del governo, in azienda o in politica, e a Di Maio e Salvini vorrei dire che è una cosa tremenda, e difficilissima, firmare carte delicate ogni giorno. Nessuno dei due l’ha fatto. Passare da “nessun governo” a “governo del paese” mi sembra un po’ tanto. Dopodiché, in campagna elettorale sono stati bravissimi. E se Di Maio ha cavalcato un’onda, riuscire a trasformare la Lega in un partito nazionale è stata la vera impresa».

 

E l’unico senatore d’origine africana è leghista…

«Non posso che dire che Salvini è stato micidiale».

 

E di Massimo D’Alema che resta fuori? Ne è contento come parecchi a sinistra?

 

«Le votazioni hanno dimostrato che le persone vogliono volti nuovi. Anche Berlusconi cerca stare incollato alle parole, dice “Farò il regista”, ma la gente non vuole più nemmeno lui».

 

E lei che intende fare?

 

«Da questo passaggio elettorale mi sono rafforzato nella convinzione che il mio ruolo sia far funzionare ancor di più questa città fantastica. E’ la cosa migliore che posso fare per la sinistra e per il mio Paese».

 

Niente d’«altro»?

 

«Milano me la sto davvero godendo, ho giornate faticosissime, ma le missioni vanno portate a termine».

 

Quale può essere la lezione della sinistra milanese al Pd?

 

«La condivisione. La lealtà. Le differenze dentro il centrosinistra vanno valorizzate, ma da sette anni a Milano chi vuole bene alla sinistra ha trovato il collante e sa
parlarsi chiaro. In questa tornata elettorale abbiamo mantenuto saldamente la vittoria elettorale in centro e se nelle periferie andiamo peggio è perché per trent’anni non le ha guardate nessuno. L’altra sera ho chiesto all’Atm di andare in giro con i loro controllori sulla linea 90 e 91, dalle 22 in poi».

 

Pendolari e povera gente…

 

«Già. I cittadini vogliono più sicurezza, li capisco, si tratta però di un buon appiglio elettorale, la realtà non è orrenda come la dipingono. C’erano persone senza biglietto e senza documenti. Ecco, io non condivido l`idea che “nessuno è clandestino”. Penso sia una fiction leghista dire “manderemo indietro 600mila persone”, ma non si può essere inerti e inermi».

 

Come spiegherebbe a Renzi la ricetta con cui il Pd a Milano comunque vince?

 

«Uno, questa città riconosce i meriti. Due, se si fa l’analisi del voto regionale, viene fuori che Attilio Fontana ha sommato i voti di Roberto Maroni e dell’ex sindaco Gabriele Albertini. Viceversa il Pd, nonostante l’ottimo Giorgio Gori, ne ha persi mezzo milione. Posso esserci tante cause, ma tu Matteo Renzi, se dici che fai il treno elettorale, ci devi stare da mattina a sera, se no, perdi, com’è successo, il controllo dei territori».

 

La critica nasce dal vostro rapporto non splendido?

 

«Non credo, ma negli ultimi sei mesi ci siamo sentiti tre volte».

 

Il Renzi della conferenza stampa post sconfitta l’ha convinta?

 

«La conferenza stampa non mi è piaciuta. Dica, con coraggio, che “poi” si farà da parte, “Ma intanto le carte voglio darle ancora io”. Insomma, meno messaggi ambigui, specie se parla attraverso i media».

 

Nuove primarie per la segreteria Pd?

 

«Chiedere adesso agli elettori di andare a scegliere il segretario? Ma dai, sfatiamo il mito, oggi sarebbe più utile un pacchetto di persone che suggerisca dove andare e come e con chi».

 

La nuova tessera Pd del ministro Carlo Calenda?

 

«Un fatto positivo, ma il tema è la squadra del Pd, non aggiungere un altro buon giocatore».

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