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Rosato: Il Pd è la nostra casa. Bisogna rilanciarla con forza, ma guardando al futuro

By on settembre 24th, 2018

Ettore Rosato, vicepresidente della Camera e leader nazionale del Pd, il partito va verso il congresso. Sarà quella la sede per sciogliere i nodi programmatici su Ilva, Tap e Xylella, dossier rilevanti per i pugliesi sui quali le correnti interne ai dem esprimono posizioni dissonanti?
«Questi temi hanno valenza nazionale e quindi è evidente che il partito nazionale deve avere una pozione omogenea e sostenuta da tutti con coerenza».

Il futuro dell`acciaieria di Taranto è a rischio per l`impasse del governo?
«Temo di sì, l’incapacità di decidere può lasciare dei segni con effetti su tutti i lavoratori e sull’indotto dell`azienda. Poi c’è l’iter del risanamento ambientale che va avanti e procede solo di pari passo con la vita dell`azienda stessa».

La rotta dem è quella tracciata da Carlo Calenda e da Teresa Bellanova?
«È per noi la bussola, ma non per chi è al governo, che non mi sembra abbia espresso una posizione diversa…».

Le priorità Pd al tempo del governo giallo-verde?
«Dobbiamo ricostruire un messaggio chiaro, per i nostri militanti, per gli italiani, su un progetto di paese che guardi con forza a uguaglianza, pari opportunità e sviluppo. Sul fronte più interno si chiede di smetterla con i litigi e le discussioni inutili».

Auspica una dialettica dem armoniosa. Anche con Michele Emiliano, che su Ilva e Tap ha assunto posizioni molto forti?
«Il congresso stabilirà una leadership e delle priorità. E su questo bisognerà che tutti lealmente le sostengano. Come avviene del resto negli altri partiti che non hanno momenti democratici interni, ma che trasmettono agli elettori un messaggio con una voce sola».

Sulla Tap Emiliano e i Cinquestelle hanno molte sintonie…
«Come si fa a parlare di utilizzo del gas, se il gas non lo portiamo in Italia? È un discorso vuoto. Il Pd si rivolge a tutti gli elettori, compresi i grillini, mentre mi sembra che Emiliano dialoghi in maniera intensa più con i vecchi dirigenti della destra che con i dirigenti dei Cinquestelle…».

Ha fatto discutere la scarsa partecipazione alla Festa dell`Unità a Torino. La battaglia politica ormai ha più luoghi, reali o digitali.
«Dobbiamo andare dove stanno le persone. È naturale per noi stare tra la gente, ma poi c’è la piazza web dove, spesso con menzogne, i 5 Stelle e la Lega hanno costruito un pezzo decisivo del loro successo. C’è quasi la metà degli italiani su Facebook, luogo dove è necessario stare in maniera strutturata».

Matteo Renzi sui social andava forte.
«È ancora seguitissimo, ma il messaggio costruttivo comunicato non ha avuto mai la stessa forza della propaganda distruttiva e calunniosa che altri hanno messo in campo. Per questo nel congresso, parlando di organizzazione, non potremmo esimerci dal discutere della presenza online dei dem: nelle feste dell`Unità incontriamo con piacere molti sostenitori, ma altri possiamo incontrarli solo online. E sarebbe elitario pensare di decidere quali siano i luoghi d’incontro dei cittadini».

I renziani guardano ad un nuovo partito alla Macron?
«Questa vulgata è un un pettegolezzo. Il Pd è la nostra casa: bisogna volersi bene e rilanciarla con forza. Lo ha detto anche Renzi. Un Pd che guarda al passato, però, non va lontano. Oggi la sfida, soprattutto nell’Ue, è di mettere insieme forze nuove che sappiano parlare di cambiamento senza spaventare, ma coinvolgendo».

I tempi del congresso?
«Prima delle europee, per forza».

Ci sarà nome e simbolo del Pd sulle schede per l`Europa?
«Il dibattito sul nome è assurdo staccandolo da qualsiasi proposta programmatica. Il nome non è certo il problema. Bisogna avere la consapevolezza che i nostri elettori non aspettano il congresso ma le nostre proposte. Non interessa certo la conta tra i dirigenti».

In primavera si vota a Bari e Foggia.
«Vogliamo vincere. A Bari abbiamo un bravo sindaco come Antonio Decaro, che si è battuto per la sua città e per il Sud con autorevolezza. Il Pd deve essere al servizio della sua battaglia».

C’erano una volta a sinistra i “barbudos” italiani, emuli del look dei rivoluzionari cubani castristi: si farà crescere anche lei la barba come Maurizio Martina?
(Sorride). «Non ci penso proprio…».

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